“JE, TU, IL, ELLE”, CHANTAL AKERMAN: A CHI SI PARLA QUANDO SI PARLA DA SOLI 

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di Mariantonietta Losanno 

%name “JE, TU, IL, ELLE”, CHANTAL AKERMAN: A CHI SI PARLA QUANDO SI PARLA DA SOLI «Il fatto è che, pur dentro, io continuavo in certo qual modo a rimanere fuori. Come se quella stanza non fosse abbastanza capiente e lasciasse pezzi di me in corridoio, nella più prepotente repulsione di cui ero mai stata vittima. Io, lì dentro, non ci stavo», scrive Clarice Lispector ne La passione secondo G.H. Sono gli spazi, – quindi la casa – ma ancora di più le stanze a definire l’inizio della riflessione di Chantal Akerman in una delle sue opere più lucide e disperate, Je, tu, il, elle

La regista ci parla da una minuscola stanza bianca, scandendo il racconto in giornate. Il sesto giorno ad esempio scrive una lettera, prima in tre pagine, poi in sei. Scrive in modo frenetico, mentre mangia ripetutamente zucchero con un cucchiaino. Poi cancella, corregge: rimangono solo poche righe. Si sposta, cerca spazio, rimane vicino la finestra per terra, si sdraia sul materasso e aspetta. Si ascolta, giocando con la sua respirazione, nuda con i vestiti stesi su di sé, provando a sentire anche il suo corpo. Aspetta che qualcosa passi o che qualcosa succeda. Cerca di capire, perché è spaventata da quella disorganizzazione profonda in cui vive, o semplicemente è incapace di abbandonarsi al disorientamento, che crede una prigionia, una spaventosa libertà che può distruggerla. Parla da sola a qualcuno che non risponde mai, ascolta solo e capisce se la parola trova il giusto suono. In un tempo senza tempo (che sono in realtà ventotto giorni) lotta contro la dissoluzione, tentando di integrarla in sé. Rimanendo in silenzio, senza mentire, creando quello che le è accaduto – attraverso la scrittura – accedendo, così, alla realtà. Quello che Chantal Akerman consegna al suo pubblico (ponendosi coraggiosamente di fronte alla macchina da presa) è il suo desiderio di ubicarsi, di collocarsi in uno spazio che la aiuti a definirsi, senza imporsi necessariamente un ruolo. Senza cercarsi all’interno di un elenco di persone, domandandosi «chi sono?», non «tra chi sono?». Provando anche a limitare i contorni del “non-essere”, perché anche essere negativamente è uno dei modi più forti di essere. Possedere il proprio “rovescio” – consacrandosi ad ogni particolare del non – significa vivere il lato contrario di quello che non si vuole diventare. Aiuta ad arrivare alla verità. 

%name “JE, TU, IL, ELLE”, CHANTAL AKERMAN: A CHI SI PARLA QUANDO SI PARLA DA SOLI In meno di un’ora e mezza Chantal Akerman si spoglia lentamente, raccontando i suoi pronomi senza nome. Je: l’io donna che resta immobile a fare calcoli disordinati, che si analizza e prova ad impossessarsi di quel vuoto con audacia, anche senza familiarità alcuna, facendo scorrere le dita sulle grinzosità del materasso. Che prova a localizzarsi, rimpicciolendosi e ampliandosi, affannandosi con disordine e emergendo dal fondo. Il: lui, il camionista che Chantal incontra facendo l’autostop, che le parla dei figli e del suo matrimonio in frantumi. Un uomo che ha il potere di turbarla, di farla sentire fragile, di scalfire quel pensiero condotto nella sua stanza. Elle: lei, una donna con cui Chantal fa l’amore, liberamente, senza (più) paura. Tu, invece, è l’occhio che osserva – esterno ed estraneo – e che raccoglie le parole, dando senso a quel niente misterioso della mente, muovendosi con più sicurezza in questa chiara confusione. «Quel personaggio esprime, gesto dopo gesto, con una sorta di decisione segreta, una disperazione muta, prossima all’urlo», ha raccontato la regista in un’intervista. In Je, tu, il, elle, è rappresentato un nulla, a cui ci si avvicina per gradi, passando attraverso l’opposto di ciò che è la meta, volutamente indefinita. Chantal Akerman invita il suo pubblico a raccogliere (come si farebbe con un cucchiaino, elemento essenziale all’interno del racconto) la sua presa di coscienza, la sua riflessione lucida e asciutta sulla femminilità all’interno della sua stanza (come quella «tutta per sé» di Virginia Woolf) che diventa uno spazio in cui svanire ed esistere. Questo ragionare poetico insegue e controlla ogni mutamento del corpo; in alcuni momenti non chiede altro che arrendersi e perdersi, in altri comprendere e appartenere.